C’eravamo tanto amati. Tra incel e coppie scoppiate.

Negli ultimi anni sono balzati alle cronache alcuni episodi di cronaca nera riguardanti una categoria emersa dal mondo delle subculture di internet, gli incel. Questa sigla identifica i “celibi involontari” (da cui la sigla incel, dall’inglese involuntary celibacy), uomini, giovani o maturi, privi di una vita sentimentale, il più delle volte vergini o comunque mai coinvolti in relazioni di alcun tipo con donne.

Nella subcultura internet associata, si fa spesso riferimento alla cosiddetta incel rage, un’esplosione di rabbia incontrollata dovuta alla condizione di astinenza sessual-sentimentale forzata in cui si trovano questi uomini. I casi più famosi di attacchi attribuiti ad incel sono l’attentato di Toronto del 23 aprile 2018 compiuto da Alek Minassian con un furgoncino Chevrolet, che costò la vita a 10 persone, e il massacro di Isla Vista, una strage commessa dal ventitreenne Elliot Rodger nella quale perirono 6 persone il 23 maggio 2014. Rodger al termine dell’azione omicida si tolse la vita.

Elliot Rodger, autore del massacro di Isla Vista.

In un video caricato su Youtube poco prima di compiere il massacro, lo studente americano si lamentò delle conseguenze psicologiche subite dal divorzio dei propri genitori, avvenuto quando Rodger aveva solo sette anni, dell’impossibilità di trovare una compagna e della sua conseguente verginità. Le parole lasciate dall’omicida nel video, chiamato The Day of Retribution, non lasciano dubbi sulle cause del disagio psichico di Rodger:

Ciao, sono Elliot Rodger. Beh, questo è il mio ultimo video. Siamo arrivati a questo. Domani sarà il giorno della vendetta. Il giorno in cui mi vendicherò, contro l’umanità, contro tutti voi. Negli ultimi otto anni, da quando sono entrato in pubertà, ho dovuto soffrire un’esistenza di solitudine, rifiuto e desideri mai corrisposti, tutto perché le ragazze non erano attratte da me. Hanno dato il loro affetto, e il sesso, e l’amore, ad altri uomini, ma mai a me. Ho ventidue anni e sono ancora vergine. Non ho mai nemmeno baciato una ragazza». 

Il disagio, post-adolescenziale e non, dettato dalla solitudine o dal rifiuto dell’amore non è una novità degli incel; si tratta di un malessere diffuso nella società occidentale di cui si trova traccia anche in opere letterarie di epoche precedenti, basti pensare alla disperazione esistenziale di cui trasudano le poesie di Giacomo Leopardi (ma gli esempi sarebbero innumerevoli, perciò soprassediamo).

E’ tuttavia evidente che l’epidemia di solitudine che sta dilagando in questo decennio trova una correlazione con il fenomeno incel, che naturalmente non va circoscritto ai pochi casi di violenza estrema menzionati, né ricondotto alla spiegazione “moralistica” e politica che viene fornita da intellettuali e opinionisti di sinistra, che vedono nella subcultura incel un riaffiorare del solito vecchio maschilismo in salsa tecno-post-moderna: come sempre, quando la sinistra non comprende un fenomeno, lo taccia di reazionarismo. Nell’estate del 2017 i ricercatori dell’Università Brigham Young dello Utah hanno evidenziato la crescita esponenziale, nella società americana, di solitudine e isolamento sociale. Due mali dell’anima che potrebbero avere, secondo lo studio, un effetto negativo anche sulla salute del corpo aumentando addirittura del 50% il rischio di morte prematura.

Alzheimer, infarto e ictus, infatti, sarebbero soltanto alcuni dei rischi collegati alla mortale accoppiata isolamento sociale e solitudine, che non vanno confusi: la prima patologia riguarda una totale mancanza di contatto con altre persone, mentre la seconda, e forse assai più pericolosa, colpisce chi è emotivamente disconnesso dagli altri. Cioè, persone circondate da amici e parenti ma che in realtà si sentono tristemente sole. Se si osserva il fenomeno incel all’interno di un contesto sociale più ampio, quindi, si può individuare questa categoria di uomini soli come una “spia” di un disagio sociale ben più ampio e diffuso, da cui non sono risparmiate le coppie, che paradossalmente vivono al polo opposto rispetto ai “celibi involontari”.

Coppie che scoppiano.

Nel 2015 è stato introdotto in Italia il “divorzio breve”, una legge che ha semplificato di molto la procedura per mettere fine a un’unione matrimoniale. Nello stesso anno si è assistito, com’era facile prevedere, a un boom di divorzi, aumentati del 57% rispetto all’anno precedente. Nel complesso, l’ISTAT registrò nel 2015 82.469 divorzi e 91.706 separazioni. Nel periodo 2008-2015, separazioni e divorzi aumentarono progressivamente ogni anno, passando dalle 286,2 separazioni ogni 1000 matrimoni del 2008 alle 339,8 del 2015, con trend analogo per i divorzi (da 178,8 a 297,3). Secondo una rilevazione recente, in Italia ci si separa più frequentemente al centro-nord, con il picco a Livorno, anche se sul piano regionale  è il Nord-Ovest a detenere il numero maggiore di separazioni e divorzi.

Se si allarga lo sguardo al panorama europeo, la situazione non appare più rosea. Il tasso di nuzialità, vale a dire il numero di matrimoni celebrati in rapporto alla popolazione, è crollato da 7,8 per mille abitanti nel 1965 a 4,2 per mille nel 2011. Negli anni successivi al 2011 il trend ha continuato a calare, ed è inferiore al 3 per mille in Portogallo e Lussemburgo, i paesi dove ci si sposa di meno.    I divorzi, al contrario, nella stessa fascia temporale sono raddoppiati, passando da 0,8 per mille abitanti a 2  nel 1965 a 2 nel 2011, quando sono stati dichiarati falliti 986.000 matrimoni.

Si tratta di numeri che dovrebbero fare riflettere, anche perché spesso  separazioni e divorzi hanno un impatto considerevole sulle vite delle persone coinvolte (vedi anche questo nostro articolo sull’annosa questione dei padri separati). Si può concludere questo articolo citando il vecchio detto per cui se Sparta piange (la categoria degli incel), Atene non ride (le coppie sposate). Alcuni “spartani” anzi potrebbero persino rallegrarsi di non essere “ateniesi”, viste le altissime probabilità di separazione che si registrano in questi anni, con le conseguenze materiali e immateriali che si trascinano dietro.

Senza voler fare facile moralismo, appare tuttavia evidente che esiste un problema di incomunicabilità, spesso dettato da un eccessivo individualismo, diffuso a macchia di leopardo nelle società occidentali contemporanee. Il messaggio sottinteso che viene lanciato dalla società a giovani e giovanissimi, attraverso i media e i vari luoghi, reali o virtuali, di aggregazione, è che in questo mondo altamente competitivo ciò che importa davvero è l’autoaffermazione, la capacità di imporsi all’attenzione pubblica. Formare una coppia fa parte di questo processo; la sintonia e la complicità sono considerate ormai opzionali, ciò che conta è mostrarsi felici e realizzati all’esterno, magari mezzo social, con centinaia di foto nei luoghi più disparati a immortalare la presunta relazione da rotocalco. Mancando però l’abitudine a parlarsi e a confrontarsi, viene meno nella coppia la capacità di riconoscere se si è davvero “giusti” l’uno per l’altra.

Recuperare un senso di comunità genuino, in cui le persone imparano a comunicare tra loro senza filtri e senza doppi fini, potrà aiutare a limitare il fenomeno delle “coppie che scoppiano” – di per sé un fenomeno “neutro” e da non stigmatizzare, se non avesse spesso conseguenze negative sulla crescita dei figli e sull’equilibrio finanziario o psicologico dei soggetti coinvolti – e, perché no, anche aiutare gli “incel” a trovare più facilmente un posto in questo mondo, senza sentirsi dei prodotti di scarto avariati perché, magari, meno appariscenti o ruffiani rispetto a presunti “vincenti” della società neoliberale, che nascondono spesso lati oscuri profondi e paurosi.

 

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