Il calcio ridotto ad acquario di pesci tropicali.

La ripresa dei vari campionati di calcio europei dopo la pausa forzata per la  quarantena, voluta soprattutto dalla cricca delle televisioni, ha stravolto il modo in cui questo sport viene vissuto abitualmente sia dalle squadre che dal pubblico. Un calendario fitto, per garantire la fine dei campionati entro inizio agosto, in modo da poter concludere così, più avanti, anche le Coppe Europee, un vero tour de force estivo che ha aggravato i rischi di infortunio per i professionisti dello sport e complicato i piani di allenatori e staff tecnici. In Italia il campionato sta giungendo al termine, le sorprese tutto sommato sono state poche, e i rapporti di forza già espressi prima del lockdown si stanno confermando, come da copione (fatta salva l’eccezione del flop della Lazio, oltre che il “risveglio” del Milan).

Il pubblico, dal canto suo, ha vissuto questa ripresa con interesse, anche per distogliere l’attenzione dai problemi sociali ed economici che il Covid-19 ha trascinato con sé, ma non ha potuto accedere agli stadi, limitando così la partecipazione emotiva alle gesta dei propri beniamini. L’impossibilità di assistere alle partite dal vivo – o comunque di guardare alla tv partite con gli stadi pieni, traboccanti di passione – rompe lo schema empatico di vicinanza con la propria squadra del cuore, spegne brutalmente l’atmosfera intorno alla partita, il colore e il calore trasmessi dal pubblico, incidendo in parte anche sulle prestazioni delle squadre, almeno sul piano mentale.

Spalti vuoti prima di un derby del campionato svizzero di hockey.

Partite sentite come i derby (si sono giocate a porte chiuse le stracittadine di Torino e Genova), o come gli scontri diretti per gli obiettivi più importanti (vedi Juventus-Atalanta e Juventus-Lazio), senza la cornice del pubblico perdono appetibilità, diventano dei trastulli per un pubblico televisivo che si infervora davanti a uno schermo, frustrato dall’impossibilità di dare un proprio, anche piccolo, contributo alla causa della propria squadra sostenendola in prima persona dagli spalti. Lo sport, senza la partecipazione popolare, diventa un acquario di pesci tropicali: bello a vedersi, ma lascia una sensazione di vuoto difficile da esprimere compiutamente a parole.

Forse questo tipo di spettacoli può essere meglio apprezzato da chi, per mere ragioni “logistiche”, non avrebbe comunque modo di assistere alle partite dal vivo: penso al pubblico straniero, prevalentemente arabo o cinese, che guarda alla nostra Serie A (e al calcio europeo in generale) come a un divertimento appassionante, ma per forza di cose con distacco emotivo, almeno nella maggior parte dei casi: come puoi appassionarti seriamente alle vicende di una squadra che gioca a migliaia di chilometri da casa tua, senza un contatto diretto con altri “seguaci” della stessa, se non tramite internet?

Lo sport, e il calcio in particolare, è cultura popolare, è un pezzo di folklore contemporaneo. E’ fonte infinita di aneddoti e di discussioni, di gioie e dolori, è qualcosa che molto spesso si trasmette di genitore in figlio, come una tradizione di famiglia. Interrompendo il contatto diretto tra il pubblico e la squadra, non si rende un servizio positivo allo sport, anzi si rischia di cancellarne l’anima entro breve tempo.

Se non si porrà fine a un’emergenza sanitaria che appare, dati alla mano, ormai spropositata e foriera di cattivi pensieri (a chi interessa mantenere alta la tensione, con sempre meno casi mortali e i reparti vuoti?), permettendo un rientro, anche parziale, dei tifosi sugli spalti, il calcio, e lo sport in genere, si trasformerà definitivamente nell’acquario tropicale di cui parlavamo prima: pieno di pesciolini colorati, bellissimi nei loro colori sgargianti, ma con la sensazione che qualcosa manchi, qualcosa che non si può acquistare come un servizio pay alla tv.

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