Il curioso caso della piazza conformista. Le “proteste” ai tempi dei social media.

I miei ricordi di 15/20 anni fa, quando ero un libero pensatore appena diventato adulto in cerca della mia dimensione, mi riportano alle manifestazioni di piazza contro la guerra in Iraq, che portarono per le strade di mezzo mondo lo stupefacente numero di 110 milioni di persone, al G8 di Genova del 2001, con il suo carico di conflitti e drammi, ma anche con la partecipazione  di migliaia e migliaia di persone da tutto il mondo, mosse dalla ferrea volontà di trovare una via diversa dalla globalizzazione neoliberista (e, a posteriori, si può dire che avessero ragione da vendere); ripenso all’epopea della lotta No TAV, partita nei primi anni ’90 con un agguerrito comitato locale e trasformatasi nel tempo in un modello di resistenza esportabile ovunque. E tanti altri sono gli esempi che potrei fare, di lotte territoriali o universali poco “mainstream”, perlopiù sgradite al potere e stigmatizzate dai media, che nella mia adolescenza e nella mia prima giovinezza richiamavano masse ragguardevoli, incuranti dell’ostilità del sistema, mosse dal desiderio di costruire un mondo più giusto.

Certo, al tempo c’erano ancora grandi strutture politiche e sindacali capaci di intercettare il malcontento e incanalarlo in azioni concrete, non senza opacità e contraddizioni (pensiamo ai tanti “masanielli” venuti fuori dal G8 di Genova, che nel corso degli anni si sono “sistemati” nei palazzi della politica); ma c’era anche uno spirito critico vivace e diffuso, che si trasmetteva di persona in persona con rapidità. A volte bastava una parola d’ordine sentita per strada, il testo di una canzone, o il libro giusto prestato dall’amico giusto nel momento giusto. Le vie e i modi per accedere al pensiero critico erano tante e variegate. Su Internet i social network muovevano i primi, timidi passi, e l’informazione alternativa correva prevalentemente su mailing lists e forum. Naturalmente, i media dominavano la narrazione anche allora, e questi gruppi di “ribelli” rappresentavano comunque delle eccezioni alla regola; ma erano eccezioni rumorose, variopinte e organizzate, capaci, alla lunga, di incidere concretamente nella società. Poi, inaspettatamente – o forse no… – qualcosa è cambiato.

Intanto, sono venute meno le strutture di cui parlavo prima, che nel corso del tempo hanno perso credibilità. I partiti e partitini della sinistra radicale, che nei primi anni 2000 reggevano le fila di buona parte delle proteste anti-globalizzazione, hanno edulcorato le loro posizioni, orientandosi all’alterglobalismo, una teoria politica che cercherebbe di “correggere” le storture e gli eccessi della globalizzazione neoliberista senza rigettare il fenomeno di per sé; a conti fatti, questa è una pia illusione, visto che la globalizzazione tout court è un fenomeno schiettamente neoliberista, e in quanto tale un “giocattolo” nelle mani del sistema, immodificabile e irriformabile. Questi gruppi hanno poi  spostato le loro attenzioni verso fenomeni lontani dal sentire delle grandi masse: le battaglie per i “diritti civili”, per i diritti dei migranti clandestini (gruppi no border), e altri fenomeni sociali che riguardano categorie specifiche, spesso piccole o piccolissime, e non la collettività nel suo insieme. Questa scelta di campo ha ristretto drasticamente i loro consensi, visto che la platea di loro riferimento non è più stata in grado di distinguerli dai partiti della sinistra mainstream, portatrice delle stesse istanze.

La diffusione dei social network, a partire dalla seconda metà degli anni 2000, ha inoltre confuso il campo della protesta politica, favorendo l’innesto di questioni vicine al sentire delle élite in quei gruppi che, potenzialmente, avrebbero potuto farsi portatori di istanze radicalmente anti-sistema. A ciò si aggiunge la campagna aggressiva, portata avanti da molti influencer e debunker, nei confronti dei cosiddetti “complottisti”, etichettati come dementi, irresponsabili, ignoranti, veri e propri pericoli pubblici, messi alla berlina h24 senza alcun senso della decenza. Negli ultimi anni, visto il proliferare, nonostante tutto, di informazioni anti-sistema attraverso Internet, si è passati a vie di fatto più muscolari, come il famigerato disegno di legge del febbraio 2017 contro le fake news, che si propone di “incentivare l’alfabetizzazione mediatica” (c’è chi malignamente potrebbe parlare di “incentivazione dell’indottrinamento di regime”), o la task force istituita questo aprile, durante il pieno dell’emergenza coronavirus, con il compito di assicurarsi che fosse diffusa solo la verità sul Covid-19 .

Appello online contro le “bufale”, firmato da personaggi noti come Fiorello, Gianni Morandi, Francesco Totti.

E arriviamo al dunque del nostro articolo, dopo questo lungo, ma necessario, excursus. La gente non protesta più  per le cause anti-sistema, ma, pur avendo subito gli effetti di oltre dieci anni di “crisi economica” (in realtà, con ogni evidenza, un furto sistematico di risorse da parte delle élite), pur subendo gli effetti di un controllo sociale sempre più soffocante e disumano, pur trovandosi letteralmente sull’orlo dell’abisso psicologico, sociale ed economico, riempie le piazze per le “proteste” teleguidate dal sistema (o da pezzi, assai influenti, di esso): pensiamo alle manifestazioni “verdi” di Greta Thunberg (che ora mette becco anche sulla questione coronavirus), e alla clamorosa partecipazione di migliaia di cittadini di mezzo mondo, Italia inclusa, alle manifestazioni in omaggio a George Floyd e contro il razzismo della società USA. Se le proteste di massa “gretine” sono giustificate dal fatto che la crisi climatica, oggettivamente, coinvolge tutto il pianeta, quelle contro il razzismo danno da pensare. Siamo forse noi cittadini statunitensi? Ci sentiamo così coinvolti per un odioso fatto di cronaca nera accaduto a quasi 8000 km da noi, e per le devianze sociali di un Paese nato, come tutti quelli delle Americhe, sulle ceneri delle colonie europee del Settecento, basate in larga misura sullo sfruttamento di schiavi di colore e indigeni, con tensioni sociali irrisolte che da allora covano sotto la cenere? In realtà, diciamolo chiaro, chi scende in piazza oggi lo fa per conformismo.

I social e i mass media tendono ad appiattire la forma pensiero degli individui, e a titillare la voglia di sentirsi apprezzati e accettati sposando cause che fanno sentire moralmente superiori agli altri, ai “bifolchi” populisti/sovranisti/nazionalisti. Che sia la partecipazione a una marcia per l’ambiente, a un gay pride, a una manifestazione contro il razzismo o a un flash mob delle sardine “contro l’odio” (si può manifestare contro un sentimento?), parliamo di espressioni ben viste da porzioni influenti del sistema – per motivi meramente e biecamente di lotta politica interna – e applaudite dalle persone “per bene”. Siamo nella condizione, a mio avviso inedita, in cui le manifestazioni più partecipate sono quelle che vanno in risonanza completa con i desideri delle élite. Triste notare che i giovani, coloro che un tempo con più veemenza si scagliavano contro i poteri costituiti, sono oggi in prima fila in queste occasioni di partecipazione civica del tutto innocue e sterili, ma che permettono di ottenere tanti “like” e cuoricini nei post di Instagram e Facebook.

Oggi il fronte anti-globalista, che sta rialzando la testa dopo la Brexit e altri fenomeni politici non irrilevanti, deve tenere conto di questa situazione, che è psicologica, sociale e, in ultimo, politica. Le masse, specie quelle giovanili, sono vittime di un circuito di gratificazione “telematica” che si innesca con la partecipazione ad eventi conformi alla narrazione dominante, ma si tratta di un’illusione, una delle tante offerte dalla società dell’immagine in cui siamo immersi.

 

Bologna, roccaforte dei liberal di sinistra di casa nostra, si è mobilitata per la protesta di Black lives matter, sabato 6 giugno 2020. 
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