Il fenomeno Di Maio, o della trasformazione di un movimento.

Luigi Di Maio, nato il 6 luglio 1986 ad Avellino, è dallo scorso settembre capo politico del Movimento Cinque Stelle. Ha raccolto lo scettro di Beppe Grillo, uno dei fondatori del Movimento, che ne ha plasmato l’identità fino alla kermesse di Rimini che ha visto l’ascesa definitiva del giovane ex-vicepresidente della Camera. Un passaggio epocale non solo per quello che è nettamente il partito di maggioranza relativa in Italia, ma anche per la stessa visione di Paese che questo avvicendamento ha comportato.

Durante il lungo regno di Grillo, il Movimento ha espresso molte anime: quella ambientalista, che è stata in larga parte la vera forza propulsiva del Movimento delle origini (si pensi al sostegno incondizionato offerto dai pentastellati alla causa No TAV, o alla lotta contro gli inceneritori), quella per così dire tecno-futurista, che spingeva per una modernizzazione anche infrastrutturale dell’Italia – degna di nota l’altrettanto antica e vivace battaglia per la diffusione della banda larga – e quella della democrazia diretta, che per molti versi è stata la più caratterizzante. L’idea che fossero i cittadini, attraverso apposite piattaforme internet, a determinare la vita politica dei gruppi chiamati a svolgere un ruolo nelle istituzioni, è stata per diversi anni la più esplicita manifestazione di discontinuità ideologica e culturale nei confronti dell’élite politica dominante, rappresentata principalmente da Forza Italia e dal PD. Da quest’idea è nata la piattaforma Rousseau ed è stato introdotto il concetto di portavoce, inteso come rappresentante istituzionale che porta nel palazzo le decisioni assunte dalla comunità riunita via internet.

Gianroberto Casaleggio, l’imprenditore lombardo “mente” del progetto pentastellato, disse a proposito della democrazia diretta:

Voglio dirvi due cose. La prima è che sono un populista. Sono orgoglioso di essere un populista e di essere insieme a decine di migliaia di populisti. Un’altra cosa è che il potere deve tornare al popolo. Le persone nelle istituzioni devono ascoltare il popolo, non possono essere sopra la volontà popolare. Noi abbiamo cercato e stiamo cercando di introdurre dei concetti che abbiamo ribattezzato democrazia diretta, però in Italia non c’è neppure la democrazia. La democrazia in questo Paese è inesistente. Siamo in un Paese in cui i referendum non vengono accolti, vengono deviati, il loro significato viene annullato. Un Paese in cui abbiamo delle leggi popolari che non vengono discusse in Parlamento, in cui noi non possiamo decidere il nostro deputato o senatore. Stiamo parlando di una partitocrazia. Questa partitocrazia deve finire con i nuovi strumenti di partecipazione popolare, che vuol dire referendum non soltanto abrogativi, ma anche propositivi, vuol dire la possibilità di discutere le nostre leggi con i nostri parlamentari che mandiamo NOI in Parlamento, non i segretari dei partiti.
C’è una frase di Marco Aurelio che mi piace molto. Marco Aurelio disse che “Ciò che non è utile per l’alveare non lo è neppure per l’ape“. Noi dobbiamo ricostruire il senso di comunità in questo Paese, se no non ne veniamo fuori. In alto i cuori!

In questo breve stralcio si trovano i concetti di base che hanno fatto le fortune iniziali del M5S: da una parte il riconoscimento di una decadenza italiana che individua nei partiti tradizionali i principali responsabili, dall’altra lo spirito di rivalsa che spinge a cercare di costruire un modo nuovo di concepire non solo la politica, ma l’intera società (ricostruire il senso di comunità, un altro tema caldo del M5S delle origini). Successivamente, il Movimento si avvicinerà ad alcune posizioni radicali come l’uscita dall’euro, arrivando a proporre l’indizione di un referendum consultivo sulla moneta unica (novembre 2014).

Il 12 aprile 2016 muore Gianroberto Casaleggio. Questa data significa molto, poiché rappresenta la fine della prima fase del Movimento, che da gruppo politico per molti versi sperimentale e alternativo comincia a trasformarsi in partito “tradizionale”. L’elezione di Di Maio a capo politico è il suggello di questo cambiamento. Il giovane deputato campano appare da subito estremamente diverso da Casaleggio e Grillo tanto nei modi che nei contenuti. Il Movimento acquisisce un approccio lontanissimo da quello “barricadero” degli esordi; Di Maio cambia idea sul referendum sull’euro, prima declassandolo a “extrema ratio” per poi farlo scivolare nel dimenticatoio. Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, il candidato premier del Movimento vola a Washington e a Londra , dove fa visita rispettivamente al Dipartimento di Stato e a un gruppo di rappresentanti di fondi d’investimento, soprattutto americani e britannici.

Il rapporto con gli americani, con il mondo finanziario e con Bruxelles è per Di Maio di primaria importanza. Sotto la sua guida, spariscono rapidamente quelle fonti di “ambiguità” (anche geopolitica) che avevano messo in allerta le élite dominanti tra il 2013 e il 2017. Richiamando la necessità di un approccio votato al pragmatismo della “realpolitik” per andare al governo e “cambiare il Paese” (utilizzando così il vocabolario di Casaleggio, anche se intendendo sostanzialmente dell’altro), il Bismarck di Pomigliano conduce la linea pentastellata verso un’adesione totale ai cosiddetti “valori euro-atlantici”.

La Stampa, una delle principali espressioni mediatiche nostrane dei grandi potentati internazionali, ha condotto una piccola inchiesta nel mondo del web “a cinque stelle”, vagliandone i contenuti, proprio nei giorni della visita di Di Maio a Washington. Secondo La Stampa,

Con regolarità inquietante stanno sparendo, dai siti della rete pro M5S (a volte siti ufficiali della Casaleggio, altre volte siti non ufficiali simpatizzanti) pagine, post, video che hanno rappresentato contenuti fondamentali della propaganda pro Putin, o no vax, apparsa nel mondo grillino nel biennio cruciale 2015-2017.

La Stampa per l’occasione aveva scatenato sia anonimi “spioni” sui social che più noti debunker pro-sistema, scoprendo ad esempio che risultava inaccessibile un video di Manlio Di Stefano – a detta del giornale degli Elkann-Agnelli, “apologetico di Putin” – sul blog di Grillo, oltre ad altri contenuti di elogio al presidente russo apparsi in siti affini. A prescindere dal viscerale anti-grillismo de La Stampa, motivato da meri interessi di bottega, risulta comunque interessante notare come certi contenuti siano stati ritenuti evidentemente non più graditi dalla nuova leadership del Movimento.

Uno dei principali fautori del dialogo con la Russia, Alessandro Di Battista, si è defilato dopo l’elezione di Di Maio; Manlio Di Stefano, che in passato è stato anche ospite del Comitato No Guerra No NATO e recentemente è stato rieletto in Parlamento, al momento non risulta che abbia espresso considerazioni di sorta sulla “fedeltà atlantica” richiamata più volte dal suo capo politico. Va detto che nessuno dei due ha polemizzato con Di Maio, attorno al quale anzi sembra esistere un consenso granitico.  In ogni caso, il Movimento del 2018 sembra un lontano parente di quello del 2013.

Questo aspetto si intreccia con un altro cambiamento di rotta significativo, ossia lo sdoganamento delle alleanze con gli altri partiti, ipotesi sempre rifiutata con sdegno dal duumvirato Grillo-Casaleggio. Un’alleanza con la Lega spingerebbe probabilmente il nuovo Movimento “atlantista”  sempre più nelle grazie di Steve Bannon, teorico della “destra alternativa” vicina (parzialmente) al presidente Trump, che auspica un avvicinamento della Russia all’Occidente (a guida americana) in funzione anti-cinese e anti-globalizzatrice, sempre nell’interesse primario degli Stati Uniti. Un’alleanza con il PD porterebbe il Movimento vicino alla fazione clinton-obamiana che da sempre influenza i democratici di casa nostra, ossia la parte opposta dell’establishment americano, quella più prossima al deep state, progressista, laica e globalista. Luigi l’americano, fatta la svolta, deve decidere da che parte stare.

 

Marco Martini

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