Il ritorno degli imperi.

Nota: questo articolo è stato scritto nel mese di gennaio, e ritoccato lievemente adesso, in prossimità della pubblicazione. Nonostante gli equilibri geopolitici siano scossi dallo svilupparsi della pandemia del covid-19, gli assunti di base non cambiano.

A un livello più sottile di quello strettamente politico, che vediamo esprimersi quotidianamente per mezzo dell’economia, della politica ordinaria e della cronaca militare, agiscono forze che si riconducono allo spirito dei popoli. Il capitalismo ultraliberale nella sua massima espressione, il globalismo, pensava di essersene sbarazzato, ma la Storia si era solamente assopita. Per circa trent’anni siamo vissuti in una bolla illusoria che voleva le civiltà umane sconfitte sull’altare della “mano invisibile” del mercato, che avrebbe unito tutti gli esseri umani sotto le sue bandiere, distruggendo i confini fisici e immateriali per il trionfo della nuova casta di super-ricchi, privi di una coscienza nazionale, fedeli soltanto ai meccanismi del liberismo che ingrassano i loro già enormi conti in banca. L’apparente dominio del capitalismo finanziario ha trasformato la scuola, diventata un centro di formazione per schiavi della macchina capitalista, sempre meno capaci di pensare e di prendere decisioni al di fuori del proprio quadratino di spazio consentito. Un’altra colonna portante della società, la famiglia, è stata attaccata con ferocia, anche fomentando lo scontro, spesso gonfiato ed esasperato, tra concezioni e settori diversi della società. L’obiettivo finale del capitalismo finanziario, che a un certo punto appariva inarrestabile, era (e rimane tuttora) la dissoluzione dell’uomo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, e la creazione di un essere umano nuovo, “liberato” dai suoi vincoli tradizionali nei confronti della sua comunità nazionale, famigliare, e persino verso sé stesso.

Il mondialismo, nella sua apparente marcia trionfale, ha fatto i conti senza l’oste. Ossia non ha tenuto conto di quanto fossero radicati gli spiriti delle grandi nazioni, un tempo imperiali, che caratterizzano ampie porzioni del pianeta. La Russia, l’Iran, la Cina, l’India; la stessa Turchia, seppur oggi ridotta nelle dimensioni, ma fino a un secolo fa maggiore forza rappresentativa dell’Islam sunnita. Queste forze stanno emergendo impetuosamente, come un fiume carsico. Dalla loro hanno una demografia dirompente – soprattutto le potenze asiatiche – enormi risorse naturali, un solido sistema di valori culturali ed etici che ha resistito alle violente picconate del mondialismo (vedi sopra), e classi dirigenti senza paura, con una visione chiara del futuro. Sono tornati, sotto altre forme, l’Impero Russo, la Persia, la Cina dei mandarini, l’India dei rajà. Il mondo islamico, assopito per secoli, è in subbuglio ormai da tempo, l’Africa sta cominciando ad affacciarsi sul palcoscenico mondiale, seppur timidamente e contraddittoriamente, non solo e non più come terra di conquista, vedi potenze regionali importanti come Nigeria e Sudafrica, oltre al plurimillenario Egitto.

La globalizzazione, chimera occidentale, è in larga parte già un ricordo: viaggiamo a pieno ritmo verso un mondo multipolare, un caleidoscopio pieno di colori e sfumature differenti. I super-ricchi, i “padroni universali”, lo sanno. E faranno di tutto per evitare che la loro utopia – in realtà un incubo per miliardi di persone – finisca col crollare miseramente. Per adesso mantengono, con pugno di ferro, le mani sull’Europa di Bruxelles. Anche se la stretta comincia a farsi incerta, a causa del tremendo scossone proveniente da Londra, uscita dall’Unione, e dai dubbi sulla sopravvivenza della NATO, un baraccone costoso e pericoloso, perché ci mette in contrasto diretto con la Russia e le altre potenze emergenti. Gli USA sembrano precipitare sempre più nel caos ogni giorno che passa.

L’Europa, non intesa come Unione Europea ma come pluralità di stati e di popoli, può uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata  solo se impara la lezione delle potenze emergenti: rigettare la globalizzazione – o perlomeno, i suoi numerosi aspetti nocivi  – e abbracciare il futuro mantenendo saldi valori e tradizioni del proprio passato. Rigettare la “società liquida”, la vacuità, l’indefinitezza per riscoprire con orgoglio la propria storia plurimillenaria, ovviamente adattandola alle sfide e alle esigenze dell’oggi, oltre che ai cambiamenti intercorsi nella società.

Precedente Il reich millenario dei dementi. Appunti sull'orlo dell'abisso. Successivo Il triste declino della cultura occidentale ai tempi del neoliberismo.