La Ciclicità è illiberale.

Non saprei dire se è iniziata la Terza Repubblica; diversi elementi lo lasciano pensare, altri meno. A sostegno della “nuova fase” c’è la prima volta al governo del Movimento Cinque Stelle, sulla cui rapida ascesa ai vertici della politica italiana si sono già sprecati fiumi d’inchiostro – non è il caso di tornarci sopra – e la giovane età dei due vicepremier, chiamati per la prima volta a incarichi importanti a livello esecutivo. C’è la novità del primo ministro, un debuttante assoluto della politica. C’è soprattutto la novità dei due partiti “outcast” per antonomasia al potere, almeno apparentemente fuori dai soliti giri liberal-globalisti che dagli anni ’80 dominano la scena in Occidente. Non si è trattato di un passaggio indolore, e per appurarsene basta aprire qualsiasi quotidiano e leggere gli editoriali e le articolesse di intellettuali e direttori di giornale ben calati nel mainstream. A seguito delle decisioni di Salvini sull’emergenza degli sbarchi dei migranti, in particolare, si è accesa una polemica mostruosa con il PD, gli intellettuali di sinistra e gran parte dei media nazionali e internazionali.

Salvini vs Saviano.

La querelle sui migranti è utile, sul piano strettamente politico e culturale, per capire contro quale muro di gomma si stia scontrando il cosiddetto “governo del cambiamento”, che come accennavamo all’inizio, su alcuni punti dirimenti si sta dimostrando poco coerente con l’idea di una Terza Repubblica in totale discontinuità col passato: basti pensare alla proclamata fedeltà all’eurocrazia e alla NATO, oltre che ai tentennamenti sulle grandi opere volute dai governi precedenti e dall’UE, e addirittura al possibilismo sul progetto del TAP. Elementi cardine di struttura, quindi, non vengono discussi, ma elementi di sovrastruttura – la narrazione sui migranti, alcune uscite sulla difesa della famiglia tradizionale, una certa simpatia dei due partiti di governo verso la Russia di Putin, ecc. – finiscono sotto i riflettori e fanno infuriare  i “padroni del discorso”: i boss dei grandi gruppi mediatici, gli opinionisti, gli intellettuali e tutte le figure pubbliche in grado di monopolizzare e direzionare l’attività dei vari mezzi di comunicazione. Costoro rispondono alla logica riassunta efficacemente dal filosofo Diego Fusaro:

Il turbocapitalismo è un’aquila a doppia apertura alare. La Destra liberista del Danaro pone le strutture. La Sinistra libertaria del Costume pone le sovrastrutture. La Destra del Danaro vuole distruggere gli Stati nazionali per imporre il primato del mercato deregolamentato. La Sinistra del Costume dice che lo Stato nazionale va superato perché è fascista, stalinista e reazionario. La Destra del Danaro deporta migranti dall’Africa per avere schiavi da sfruttare e con cui abbassare i salari in generale. La Sinistra del  Costume celebra l’immigrazione di massa, le Ong e il nuovo profilo del migrante. La Destra del Danaro distruggere la famiglia per atomizzare la società e produrre l’individuo isolato e supersfruttato. La Sinistra del Costume dice che la famiglia è omofoba e deve essere superata (love is love). Insomma, le battaglie della Sinistra del Costume legittimano e glorificano il potere sempre crescente della Destra del Danaro.

Si tratta di un processo curioso, frutto di una progettualità sicuramente ben studiata, che va avanti dall’ultimo quarto del ‘900. La struttura (liberista e mercatista) ha bisogno della sovrastruttura (“buonista”,diritto-umanista, anti-confini e pro minoranze) per legittimare sé stessa. Attaccare la sola sovrastruttura, come sta facendo il governo – se si eccettua il lodevole tentativo di combattere il precariato lavorativo, uno dei pilastri strutturali su cui si fonda il neoliberismo – è comunque sufficiente a vedersi scatenare contro i padroni del discorso e i loro più fedeli servitori: da qui il linciaggio mediatico, che non ha risparmiato persino un giornalista esperto e di solida estrazione liberale, il montanelliano Marcello Foa, definito da chi lo conosce bene un gentiluomo garante del pluralismo, reo  però di intrattenere rapporti di collaborazione saltuaria con alcuni media russi (come la sempre demonizzata Russia Today) e di aver criticato il presidente Mattarella (sacrilegio!).

Marcello Foa in un vecchio intervento filmato.

Esistono quindi dei “peccati” che non possono essere tollerati: l’assenza di ostilità verso la Russia, che porta avanti una politica economica capitalista ma non neoliberista, più simile al nostro vecchio keynesismo, e spinge per giunta verso un mondo multipolare, non dominato in maniera esclusiva dall’Occidente “liberal”, è un vero e proprio peccato capitale. Un altro peccato capitale è non accettare le narrazioni svolte dai centri di potere su alcuni punti utili a scardinare la società tradizionale a favore della società liquida: utero in affitto per single e coppie omosessuali (con discreto conto in banca…), elogio incondizionato del femminismo declinato in un’ottica puramente liberista (individualismo, rottura dei legami tradizionali, competizione con l’uomo), sostegno all’apertura dei confini verso i migranti irregolari (guardandosi bene dal chiedersi le ragioni profonde di questi movimenti…), ecc. Il governo giallo-verde gode di un credito enorme presso la maggioranza degli italiani, un po’ come il governo trumpiano negli USA: entrambi gli esecutivi sono attesi da una lotta feroce col potere dei media e con pezzi importanti del “deep state”, lo stato profondo composto da parti della grande burocrazia statale, della magistratura, delle forze dell’ordine. A loro favore gioca un elemento che i liberal tendono a sottovalutare.

Uno dei punti fondanti del liberalismo è l’idea di  progresso, vista come una retta proiettata verso l’infinito, secondo una logica illuministica che è sopravvissuta al passare degli anni e delle generazioni. Questa tensione verso il progresso continuo, che in economia si esprime col concetto di crescita infinita (uno Stato è sano solo se la sua economia cresce costantemente nel tempo), è in contrasto con quanto sappiamo dall’osservazione della natura, fin dall’alba dell’umanità. Qualsiasi realtà esistente sulla Terra si sviluppa in maniera ciclica: nasce, cresce, raggiunge la maturità, infine decade e muore. E’ facile osservare che anche le costruzioni umane – in particolare le civiltà – seguono lo stesso destino.

Uroboro: il potere divora e rigenera sé stesso.

Sarà dura per i liberali, che da oltre due secoli hanno invece individuato la spina dorsale del loro pensiero nel progresso infinito, nelle “magnifiche sorti e progressive” del mondo dominato da scienza, tecnica ed economia, arrivare alla resa dei conti con la realtà, capire che la civiltà industriale (e post-industriale) da loro costruita con tanta energia deve fare i conti con i limiti imposti dalla natura, sia sul piano fisico (consumo delle risorse ormai arrivato al parossismo) che su quello politico-culturale. L’ascesa del populismo, con le sue tante contraddizioni che non neghiamo, è un sintomo epocale, un segnale di cambiamento imminente di paradigma che avverrà nel corso di questo secolo, probabilmente entro la sua metà. Non sembra che i cultori del pensiero liberale si arrenderanno facilmente: ma anche questo è un fenomeno già visto in passato. Vedremo piuttosto che racconto scriverà la Storia per questa nuova fase dell’umanità.

 

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