La santa alleanza tra liberisti e libertari, ovvero il mondo di oggi.

Se non fosse che il sistema sta diventando sempre più asfissiante nel suo controllo sociale – esercitato attraverso metodi sia politici che mediatico-culturali- sarebbe molto interessante studiarlo, con il medesimo atteggiamento di un entomologo che analizza un insetto sconosciuto. Siccome purtroppo questa neutralità di giudizio ci è impossibile per i motivi già citati, ci sforzeremo di fare un’analisi dei fatti oggettiva, sapendo che ciò sarà probabilmente impossibile. Procediamo per gradi, usando come modello di riferimento le categorie descrittive individuate a suo tempo da Diego Fusaro[1].

IDEE DI DESTRA.

Il sistema occidentale – specie sul piano  politico ed economico – è incentrato sul neoliberismo. Con questo termine si intende la dottrina economica pompata tanto dagli ambienti accademici quanto dalle istituzioni e dal settore mediatico. In particolare, in Europa, il neoliberismo trova la sua massima espressione pratica  con l’Unione Europea.

Il neoliberismo si rifà ai modelli del liberismo classico, ossia all’idea di un mercato lasciato libero di agire senza vincoli e limitazioni. Il mercato nel neoliberismo è un’entità pervasiva, capace di intrufolarsi in tutti gli ambiti senza venire contrastato, anche quelli di pubblica utilità e strategici. Come scrive George Monbiot sul Guardian, “Il neoliberismo considera la competizione la caratteristica distintiva delle relazioni umane. Ridefinisce i cittadini come consumatori, le cui scelte democratiche si esercitano tramite l’acquisto e la vendita, un processo che premia il merito e punisce l’inefficienza. Sostiene l’idea che ‘il mercato’ apporti dei benefici che non potrebbero mai essere raggiunti con la pianificazione”[2].

In totale accordo con queste idee, possiamo leggere anche le dichiarazioni di Mario Monti sull’opportunità di eliminare i “ristori” per le aziende in difficoltà a causa della pandemia, secondo la logica per la quale chi non riesce a reggere l’urto della crisi, è giusto che vada incontro alle dirette conseguenze, venendo accompagnate dallo Stato in questo processo di cessazione dell’attività[3].

La società neoliberista vede il dominio dei grandi oligopoli economici.

Un fattore che distanzia il neoliberismo da alcune correnti classiche del pensiero liberale riguarda proprio il ruolo interpretato dallo Stato nell’ambito economico. Se questo, nel liberalismo sette/ottocentesco, doveva starsene in disparte senza disturbare la “mano invisibile” che muove i capitali, lasciandola operare in assoluta libertà (dottrina del laissez faire), per i neoliberisti lo Stato deve svolgere la funzione di garante dell’efficace funzionamento del meccanismo economico. Lo Stato insomma, non deve né disinteressarsi completamente del mercato, né intromettersi, fungendo da attore economico diretto: il suo compito è “regolare il traffico”, come un vigile urbano a un incrocio stradale affollato.

Sarà interessante vedere cosa capiterà nei prossimi mesi e anni, ora che siamo giunti probabilmente al culmine della cosiddetta “pandemia da Covid-19” e i poteri forti dell’economia spingono per un riassetto del sistema[4]. Il neoliberismo si farà “green”, “ecosostenibile”, pronto a redimere i propri peccati passati per lanciarsi nella nuova avventura del “capitalismo verde”. Considerato che i presupposti e i protagonisti di questo riassestamento sono gli stessi del recente passato, fatichiamo a vedere la fine di un sistema che sembra pronto a rigenerarsi, dando una mano di verde sulla grigia superficie della sua megamacchina.

VALORI DI SINISTRA.

Il sistema in cui viviamo si basa, sul piano culturale e sociale, sull’idea che i fondamenti classici della società presentino delle strutture oppressive che ingabbiano l’uomo a un destino di incompiutezza e frustrazione. Questa critica è stata sviluppata nel corso del secondo ‘900 da scuole di pensiero sia neo-marxiste (spesso in aperto contrasto con l’Unione Sovietica, espressione del “socialismo reale”), che liberali.

A partire dalla critica al marxismo svolta da Adorno e dalla Scuola di Francoforte, si è arrivati, specie dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, a una visione in cui il particolare viene esaltato a discapito del generale. Si rifiuta lo scontro di classe a favore dello scontro tra minoranze e maggioranze; l’oppressione non è più quella esercitata dal “padrone” verso il “proletario”, ma dalla categoria sociale dominante verso le piccole “comunità oppresse” (razziali, sessuali ecc.). Scriveva Horkheimer nel 1970[5]: “La situazione sociale del proletariato è migliorata senza la rivoluzione, e l’interesse comune non è più il radicale mutamento della società, ma una migliore strutturazione materiale della vita”. Horkheimer auspicava la nascita di una nuova “teologia” laica che perseguisse il fine di un mondo più giusto.

Theodor Adorno (1903-1969), capofila della Scuola di Francoforte.

Proprio in quel periodo, peraltro, nasceva in Sudamerica la “teologia della liberazione”, resa celebre in tutto il mondo dal saggio omonimo di Gustavo Gutierrez del 1971[6] . Gutierrez descrisse la sua proposta come il “tentativo di interpretare la fede a partire dalla prassi storica concreta, sovversiva e liberatrice, dei poveri di questo mondo, delle classi oppresse, dei gruppi etnici disprezzati, delle culture emarginate”. Ben presto ci furono contaminazioni con il pensiero marxista, al punto che si ipotizzò di vietare l’eucarestia ai ricchi. “Solo per mezzo della teologia della liberazione la teologia cattolica ha potuto emanciparsi dal dilemma dualistico di aldiquà e aldilà, di felicità terrena e salvezza ultraterrena”, ha sostenuto l’arcivescovo Gehrard Mueller, vicino al pensiero di Gutierrez.

Il filosofo che più di tutti ha segnato il mondo contemporaneo è però indubbiamente Karl Popper col suo libro “La società aperta e i suoi nemici”.[7] Popper, al contrario degli esponenti della Scuola di Francoforte, era di idee liberali e si trovava in rapporti di grande amicizia con l’economista Von Hayek, ispiratore sia del guru del neoliberismo Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago, che del pensiero economico anarco-capitalista.

Popper criticava duramente sia il marxismo che la psicanalisi, due teorie che col tempo, secondo il filosofo austriaco, avevano perso ogni traccia di scientificità trasformandosi in una sorta di culti dogmatici, e in quanto tali forieri di tendenze totalitarie e illiberali. L’opera politica di Popper era tutta rivolta contro il totalitarismo, al quale opponeva il liberalismo e la teoria della società aperta. Nel suo libro Popper spiega come la storia dell’umanità sia un lento passaggio da una “società chiusa” (dogmatica, intollerante, ancorata all’idea di verità che, per il filosofo austriaco, non esisterebbe) a una “società aperta”, nella quale valori, visioni del mondo, fedi religiose coesistono, competono, muoiono e nascono.

In una società aperta, infatti, non c’è nulla di definitivo, tutto è in continuo cambiamento. Ogni idea, ogni realtà è ben accetta, persino le più strampalate e immorali. Tolleranza per tutti, quindi; tranne che per gli intolleranti. Per coloro, cioè, che credono nella verità, che si fanno portatori di valori assoluti validi per chiunque. Essi e le loro idee vanno soppressi, se necessario anche con la forza: affermare la verità è un crimine come l’assassinio, il rapimento e la tratta degli schiavi.[8]

IL “MOSTRO” GLOBALISTA.

In sintesi, il pensiero occidentale post-Seconda Guerra Mondiale può dirsi contraddistinto, tanto nelle sue frange liberali quanto in quelle neo-marxiste, da un profondo disincanto verso le strutture sociali tradizionali, quelle “che portarono  ad Auschwitz”, un’epocale cesura tra epoche e concezioni della vita umana. Si ricorda la famosa citazione di Adorno del 1949: “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”.[9]

Il rifiuto verso un modello considerato alienante, pericoloso, disumano porterà anche ad esperienze diverse, come quella tendenzialmente pacifica e colorata degli hippie della metà degli anni ’60 e quella più minacciosa della contestazione giovanile dei ’60/70, fino alla tragica stagione, in Italia e non solo, del terrorismo politico degli “anni di piombo”.

Il testo della canzone Imagine di John Lennon, di cui ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario dalla pubblicazione, esemplifica compiutamente quella sensazione di disagio diffuso e tensione verso il cambiamento tipici di quell’epoca storica: il rifiuto della religione, dei confini, intesi come errori della Storia che portano alla guerra, uniti alla ricerca di una realtà oggettiva  (“vivere giorno per giorno”, “non c’è paradiso, sopra di noi c’è solo il cielo”, ecc.) che superi i conflitti per condurre a una visione del mondo e della vita radicalmente diversi, tesi all’unificazione di un’umanità svuotata delle proprie caratteristiche più particolaristiche.

E’ questa ricerca, quasi messianica, di una nuova identità collettiva che accomuna neoliberismo e cultura contemporanea. Il superamento dei confini etnici e religiosi,  la condanna dei “totalitarismi” che portano con sé delle “verità assolute” inaccettabili in quanto inesistenti (“tutto è relativo” nel mondo contemporaneo), una concezione della Storia che si conclude nell’esperienza del capitalismo, capace con la globalizzazione di “unire il mondo” (le teorie di Fukuyama sulla fine della Storia hanno avuto per almeno trent’anni grandissima influenza nel mondo accademico).

La tragedia di Auschwitz rappresenta idealmente lo spartiacque che fa terminare il mondo vecchio – dominato dalla cupidigia dell’uomo capitalista, bianco, imperialista, cristiano “tradizionalista” – e conduce al mondo “liquido” del neoliberismo, del dominio della finanza computerizzata, immateriale, delle società aperte che “integrano” tutti e tutto, o almeno si illudono di farlo. L’illusione è quella del “mai più”, dello scioglimento delle tensioni politiche e storiche, la costruzione del “villaggio globale” uniforme nei valori e nelle aspirazioni, a prescindere dalla propria lingua e cultura di provenienza. Se non si capisce qual è lo spirito, quasi teologico come direbbe il già citato Horkheimer, che presiede le classi dirigenti dei nostri tempi storici, sarà impossibile combattere il sistema, proponendo una visione alternativa e più vicina alle reali e legittime aspirazioni dell’uomo

[1] https://www.diegofusaro.com/la-profezia-agnelli-rivolgersi-alla-sinistra-riforme-destra/

[2] https://thevision.com/attualita/neoliberismo-individuo-societa/

[3] https://www.giornalettismo.com/mario-monti-e-i-ristori/

[4] https://www.weforum.org/agenda/2020/06/now-is-the-time-for-a-great-reset/

[5] https://www.queriniana.it/libro/la-nostalgia-del-totalmente-altro-1737

[6] https://www.queriniana.it/libro/teologia-della-liberazione-1952

[7] https://g.co/kgs/YZuuxr

[8] https://lanuovabq.it/it/la-societa-aperta-il-sogno-sinistro-di-popper-e-soros

[9] Prismi. Saggi sulla critica della cultura, trad. it. di Carlo Mainoldi, Einaudi, Torino 1972, p.22.

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