La triste sorte degli artisti.

In questa strana epoca di transizione, dominata da crisi di vario  tipo e varia intensità, una categoria che viene a mancare clamorosamente, in quanto a capacità di interpretare e indirizzare lo “spirito dei tempi”, è quella degli artisti. Intendiamoci, non tutti; alcuni mantengono la schiena dritta, ci sono esempi in tutti i campi della creatività umana. Ma la grande massa degli artisti, specie quelli attivi nei settori più popolari – musica, cinema, letteratura – è clamorosamente lontana da una partecipazione intellettuale, prima ancora che politica, al tempo che stiamo vivendo. Una mancanza che non si era mai vista, in queste quantità, nell’Occidente moderno.

Abbiamo assistito a “concerti” in streaming, un modo penoso di esibirsi dal vivo, con artisti lontani centinaia, se non migliaia, di chilometri l’uno dall’altro, suonare o cantare la propria parte davanti a una webcam. E l’hanno fatta passare per una figata, un colpo di genio al quale ovviamente tutti i “big” hanno dovuto, ben volentieri, prestarsi. Abbiamo visto icone della “trasgressione” esibirsi felici in pantofole nel lussuoso salotto di casa, compatti nel lanciare il messaggio di seguire con rigore le indicazioni delle autorità. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi su certi “ribelli”, su certi “anticonformisti” che da decenni calcano le scene dello show business, eccovi serviti. E’ tutto teatro, e vale per tutti i generi, da quelli amati dai boomers – il pop alla Elton John, il rock alla Rolling Stones, ecc. – a quelli seguiti dai giovanissimi della generazione Z (il k-pop, i trapper, le popstar televisive, ecc.). Se poi ti discosti leggermente dalla narrazione ufficiale, come ha fatto recentemente Andrea Bocelli in merito al Covid, vieni immediatamente linciato per mezzo dei social. Meglio stare sotto coperta!

Non che la musica indipendente vada meglio: negli ultimi decenni si è imposto un modo minimalista di fare musica, soprattutto per quanto riguarda i contenuti. Si raccontano piccole cose, eventi di vita quotidiana come una vacanza a Riccione, una serata in giro per Roma o Milano, un bacio dopo un film, cose così. Piccoli frammenti di vite  conformiste, ben calate nella realtà popolare contemporanea. In pochi osano trattare temi più “alti”, e non sempre lo fanno in modo adeguato, essendo comunque tutti, volenti o nolenti, intrisi della propaganda mainstream (facendo un rapido cambio di campo, pensiamo al fumettista Zerocalcare, e alla sua battaglia per i curdi di Kobane, strumenti dell’imperialismo americano scambiati per rivoluzionari).

Il cinema non va meglio, anzi se possibile si dimostra ancora più conformista e politically correct del mondo della musica. Attori, registi e sceneggiatori sembrano fatti con lo stampino: libertari in campo culturale e sociale – dalla parte di Black lives matter, degli ambientalisti “alla Greta”, dell’agenda LGBT, e in genere di qualsiasi causa vantaggiosa mediaticamente, che li metta in bella luce – ma col rigonfio portafogli ancorato a destra. Tornando alle videoconferenze del periodo di chiusura, si ricorda la grottesca intervista al dr. Fauci, virologo della Casa Bianca a servizio del cattivissimo populista Trump, ma “buono” perché di tendenze dem, intervistato da Julia Roberts, che pareva avesse di fronte la reincarnazione del Cristo…

Julia Roberts in crisi mistica di fronte ad Anthony Fauci.

Sulla letteratura è persino inutile sprecare troppo fiato: anche in questo campo, domina la scena il politicamente corretto, la melassa buonista che ricopre la società occidentale contemporanea. Diritti LGBT, donne “forti” (una punta di femminismo liberale non guasta mai…), minoranze – specie ebrei e neri – e tutto l’armamentario noto vengono usati a profusione da romanzieri e saggisti per accreditarsi negli ambienti che “contano”. Succedono poi episodi tragicomici, come la “scomunica” dei liberal verso J.K. Rowling, autrice di Harry Potter, per dei presunti tweet offensivi nei confronti della “comunità transgender” (si noti l’uso ad nauseam del termine comunità: nel neoliberismo, non esiste una società omogenea, ma un insieme di tribù, spesso in conflitto tra di loro), nei quali la scrittrice “osava” ironizzare sull’uso del termine “persone che hanno le mestruazioni” al posto di “donne”, come vuole il politicamente corretto più ortodosso. Battaglie grottesche per affermare che 2+2 fa 4, come aveva preconizzato G.K. Chesterton ne “Gli Eretici”. 

Come se ne esce? Non se ne esce. Viviamo nel regime neoliberale: libertario nei costumi – da qui l’ossessione per il politicamente corretto e la visione distorta dell’eguaglianza che lo accompagna – e ultra-liberista in economia, basato sulla competizione a ogni costo. L’arte in questo contesto si riduce in mero show business, e vanno avanti solo i più furbi e spregiudicati, quelli che sostengono e attuano l’agenda, che reggono la narrazione dominante. Sarebbe bello trovare soluzioni, ma non ce ne sono; o meglio, ci saranno un giorno, quando la società sarà pronta per una trasformazione oggi tarda ad arrivare. Per adesso, ciucciamoci le Roberts adoranti, le scomuniche dei liberal e i cantanti che raccontano le vacanze al mare. Questo passa il convento del neoliberismo.

 

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