Lettere dal confine: Limite.

Con questo articolo inauguriamo una rubrica di recensioni , Lettere dal confine, che speriamo incontrerà il vostro favore. Questi nostri discorsi intendono partire dal libro per poi rapportarsi con la realtà, in un continuo dialogo tra pagina scritta e fatti “in carne e ossa” .

Il primo volume che prenderemo in esame è Limite, di Remo Bodei. Filosofo e studioso della psiche di livello assoluto, è noto a chi scrive soprattutto come studioso del cileno Ignacio Matte Blanco, autore che negli anni ’70 del secolo scorso pubblicò un’opera complessa ma di fondamentale importanza, al confine tra la rivisitazione della psicanalisi freudiana e la matematica degli insiemi cantoriani, per l’analisi delle regole che sottendono all’inconscio, L’inconscio come insiemi infiniti.

Anche questo libro ci parla di una linea che va a circondare e a comprendere la nostra civiltà.          O almeno, questa linea dovrebbe esistere, ma in qualche punto del nostro percorso esistenziale si è volatilizzata, è stata cancellata, al punto che molti non credono nemmeno che essa sia mai esistita.

Evidentemente, il limite si può intendere in un varietà di diverse accezioni, e Remo Bodei, pur nella brevità di poco più di un centinaio di pagine, ce li ricorda tutti o quasi.

L’autore ci dice prima di tutto che il mondo in cui viviamo si basa su presupposti antitetici rispetto a quelli propri della civiltà classica, greca e latina. “Sul piano etico si è, infatti, rovesciato il modello della filosofia classica, basato sugli ideali della temperanza, della medietà ( mesotes, virtù che squalifica gli estremi per difetto  e per eccesso, ad esempio il coraggio, che sta come una “cima” tra la viltà e la temerarietà). Orazio riassume efficacemente il principio di ogni condotta: “Vi è una misura nelle cose, vi sono precisi confini oltre i quali e prima dei quali non può consistere il giusto””.

Quel che ci dice Bodei, insomma, è che l’uomo di duemila anni fa, aveva ben presente quali erano i confini entro i quali egli poteva condurre la propria azione e la propria volontà. Andare oltre quei confini, significava peccare di hybris, e andare incontro ad una severa punizione da parte degli dèi.

Si pensi alla mitologia, ad Icaro “punito per il suo tentativo di volare troppo in alto grazie alle ali che il padre, l’ingegnoso artigiano Dedalo, gli ha attaccato  alle spalle con della cera, il cui scioglimento provocato dal Sole, ne causa la caduta”. Un altro esempio può riguardare le figure della Parche, tre anziane e inquietanti signore che tessevano la vita di ciascun essere umano, e tagliavano il filo quando intendevano porre termine al respiro di un singolo uomo. Bodei ci spiega poi, come  a partire dal Rinascimento e soprattutto con l’Illuminismo, l’uomo ha creduto di poter trascendere ogni ostacolo, fino a porsi al livello del divino, esercitando un dominio pressoché totale sul pianeta e sui suoi abitanti.

Chiunque abbia confidenza con gli spot pubblicitari, che si tratti di celebrare i fasti di un operatore telefonico o di decantare la velocità di un’automobile, il leitmotiv è sempre lo stesso: andare oltre il limite. Chi rimane al di qua della barriera, chi non osa spezzare i vincoli della comunità a cui appartiene, si può definire come un fallito, un perdente, un renitente al progresso.

Oppure si pensi ad un’altra branca del marketing, la propaganda politica: tutta la retorica dei presidenti statunitensi è da sempre improntata al superamento della frontiera (Go West, young man!), che nei fatti portò dapprima allo sterminio dei nativi americani, nel corso del diciannovesimo secolo, e poi, nel secolo successivo, a porre quel limite fuori dal continente americano, in una serie di guerre di conquista (Corea, Vietnam) che spostarono la linea della frontiera nella carne del mondo esterno agli Stati Uniti. John Fitzgerald Kennedy, come ricordava lucidamente la studiosa di letteratura americana Barbara Lanati, aveva nel suo breve esercizio di potere fatto sua quella smania di conquista, proprio mentre incarnava nei primi anni ’60 una finta volontà di pace e armonia insieme al suo omologo sovietico Kruscev e al Papa Buono di allora, Giovanni XXIII.

Proprio in questo nostro 2018 ricorre l’anniversario dei duecento anni dalla pubblicazione di un romanzo, a metà tra science-fiction e horror, che ben sa interpretare questa “volontà di potenza” dell’uomo occidentale: Frankenstein di Mary Shelley. Lo scienziato che viola l’integrità del corpo umano per riportare la vita dove essa non è più, ci rappresenta in pieno, è il nostro specchio di Calibano. Bodei focalizza la propria attenzione su alcune ricerche medico-scientifiche: “nel 1989 è stato individuato un enzima, telomerasi, che rallenta la progressiva riduzione dei telomeri .. nell’arco di decenni o entro questo secolo, si potrebbe così giungere a vivere duecento e più anni (bisogna poi vedere in che stato eventualmente si arriverebbe a tale traguardo).”

L’ironia del nostro autore è pienamente giustificata, così come la sua esortazione a ripensare la morte come momento essenziale della vita, paradosso che ci riporta, anche qui, alla filosofia greca dispensatrice di saggezza. Rispetto all’assunto di Remo Bodei, vogliamo però porre l’accento su un’altra stortura dei nostri tormentati tempi, un’altra violazione del limite che ci pare sommamente degradante, umiliante per il corpo e lo spirito.

Partiamo da un dato di fatto, cioè che siamo immersi fino al collo nella società dello spettacolo, titolo di un illuminante saggio del situazionista Guy Debord, volume pubblicato per la prima volta nel 1967. Ebbene, di questa società dello spettacolo, fatta di telecamere sempre accese, volte a riprendere questa o quella star, lo sport è ormai il campione, il principe regnante. Più ancora del cantante pop o del divo del cinema, lo Sportivo si staglia come la figura eroica per eccellenza del nostro mondo catodico e computerizzato. L’uomo, o la donna, di sport sanno battere la fatica, sanno essere più veloci e più forti di tutto, magari anche a scapito di quell’istinto di conservazione che è proprio di parecchie specie animali.

Se prendiamo la briga di leggere le notizie del giorno, veniamo a sapere che una donna è stata trovata morta nel proprio appartamento, in provincia di Firenze. Si trattava di un’anziana, sola, colpita da un infarto e incapace di chiedere aiuto ai vicini di casa? Nient’affatto, aveva soltanto trentatré anni, si chiamava Ilaria Rinaldi, una ex-ciclista professionista, ritiratasi nel 2010. Una decina di anni fa era stata squalificata per due anni per una vicenda di doping. Saranno i magistrati ad accertare quanto effettivamente accaduto, di certo non è improbabile ipotizzare che l’uso di sostanza proibite sia la causa di questo decesso, come peraltro già accaduto a giovani di diciotto, vent’anni, anch’essi ciclisti, in alcuni casi amatoriali.

Questa smania di primeggiare ci appare contraria ad ogni buon senso, è la spia di una frenesia che prima di tutto è insita nella immatura psiche di questi ragazzi. Tutto questo ci appare ancor più vero, e più pernicioso, se ci riferiamo a persone con forti disabilità fisiche. Sappiamo che questa nostra presa di posizione potrà sembrare a prima vista vessatoria e  discriminatoria, ma occorre dire che, perlomeno a nostro avviso, partecipare ad una competizione come le paraolimpiadi non rappresenti necessariamente la panacea di tutti i mali per una persona con disabilità. Per una persona che viene quotidianamente sminuita, sottovalutata, messa da parte a causa della sua disabilità, sposare la causa della competizione come unico parametro del valore di un uomo è davvero una scelta felice e ben meditata? O non si potrebbe invece consigliare a queste persone (come ad ognuno di noi, normodotati oppure no) a convogliare le proprie energie verso il bene della collettività?

Poche settimane fa è venuto a mancare Stephen Hawking, e non è necessario in questa sede ripetere chi fosse e come le sue ricerche abbiano cambiato il nostro modo di guardare al cosmo, e di conseguenza a noi stessi. Vale la pena, d’altro canto, ricordare che per la maggior parte della sua vita Hawking ha saputo studiare ed elaborare teorie ardite nonostante limitazioni nell’uso del proprio corpo davvero devastanti. Ancora, vogliamo citare Antonio Gramsci, che fin dall’infanzia era afflitto da numerosi e dolorosi problemi di salute. Ciò non gli impedì di diventare il capo di uno dei più importanti Partiti Comunisti d’occidente, arrivando a scrivere un’opera fondamentale del pensiero politico novecentesco, mentre si trovava in carcere, sottoposto ad ogni sorta di disagio dal regime dittatoriale che lo aveva gettato in cella, e quindi impossibilitato a curarsi a dovere.

Questo per dire che ci sono limiti che si possono e si devono oltrepassare, purché la posta in palio sia quella giusta. Per concludere, vogliamo ricordare una pellicola del free-cinema inglese, The loneliness of the long-distance runner, noto nel nostro paese col titolo di Gioventù, amore e rabbia, diretto nel 1962 da Tony Richardson.

Nella Inghilterra pre-Beatles, grigia e poco attraente, si narra di un adolescente costretto a passare in riformatorio alcuni anni per aver rubato in una panetteria. Quando vengono scoperte le sue non comuni doti nella corsa campestre, il direttore del carcere gli offre la possibilità di migliorare tangibilmente la propria condizione nell’universo carcerario: una sua vittoria nella prossima gara di corsa donerebbe prestigio all’istituzione coercitiva di cui lui fa parte, e ciò significherebbe un netto miglioramento delle sue condizioni di vita.

Durante la corsa, e alquanto inaspettatamente, un filo di pensieri ribelli si fa strada nella mente del giovane, e tutto sommato l’idea di diventare una sorta di animale domestico dei grandi papaveri non gli va molto a genio; il nostro protagonista decide di rallentare, e di farsi sorpassare dagli altri concorrenti. A volte si può decidere di obiettare ad un sistema iniquo, e restare umani.

 

Alberto Melotto

 

 

 

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