Nel chiaroscuro nascono i mostri.

A margine delle ultime elezioni si sono verificati numerosi fatti di violenza tra esponenti di frange estreme e minoritarie del circuito politico. Ne elenco alcuni.

Il 15 febbraio a Roma dei militanti di CasaPound hanno aggredito tre donne che hanno rifiutato i loro volantini. 

Il 21 febbraio a Palermo è stato immobilizzato a terra e malmenato Massimo Ursino, dirigente di Forza Nuova, da parte di un gruppo di militanti dei centri sociali. 

Il 22 febbraio a Perugia è avvenuto uno scontro, dalle dinamiche poco chiare, tra militanti di Potere al Popolo e CasaPound.

Il 1 marzo a Livorno un militante di CasaPound è stato aggredito a bastonate da quattro persone incappucciate. 

Il 3 marzo a Pavia su portoni e cancelli delle case di molti cittadini vengono incollati adesivi recanti la scritta “qui ci abita un antifascista”. Sconosciuti gli autori del gesto.

Nel complesso abbiamo assistito a un riacutizzarsi delle tensioni tra le due frange estreme del quadro politico nazionale, come non si vedeva da molti anni. La partecipazione alle elezioni di una realtà che si richiama al fascismo come CasaPound, che ha potuto godere di una visibilità senza precedenti (sponsorizzata da chi? Molte altre piccole formazioni hanno galleggiato nell’anonimato), ha innescato una reazione veemente in quelle frange residuali di estrema sinistra ormai in larga parte scollegate dal proprio bacino d’utenza politico tradizionale – il mondo del lavoro salariato –  che hanno cercato di ricompattarsi sotto la bandiera dell’antifascismo.

In molti hanno gridato all’emergenza fascista; anche il PD, sempre più in crisi di identità, si è gettato nella mischia con una buona dose di opportunismo, capitanando manifestazioni di piazza e gridando all’allarme nero. Renzi è anche andato a Sant’Anna di Stazzema, teatro di un’orribile strage nazifascista durante la Seconda Guerra Mondiale, a firmare l’anagrafe antifascista voluta dal sindaco Maurizio Verona (eletto con una lista civica di centrosinistra).

Ai fini di quest’articolo, comunque, è da prendere in considerazione soprattutto il ruolo che gli “antifa” stanno ricoprendo negli Stati Uniti perché, come quasi sempre accade in Occidente, è oltre-atlantico che vediamo nascere le tendenze che si innesteranno anche qui. Riavvolgiamo il nastro e torniamo all’anno zero, che non è il 1970, ma il 2016, l’anno di The Donald, che si affaccia nuovamente in un nostro articolo (no, non ne siamo ossessionati: che ci volete fare, la sua elezione è “solo” un evento di svolta nella storia contemporanea…). Cosa succede in America, quando i repubblicani si riprendono il potere con il loro candidato più improbabile? Scene di isteria collettiva, pianti di massa, timori di “fascismo” in ogni dove. Ma non solo.

Specie nell’ambito dei movimenti diritto-umanisti dei college e delle università si assiste, da un paio d’anni a questa parte, a una vera e propria mobilitazione progressista contro le destre, identificate collettivamente con la figura di Donald Trump. Il ramo più combattivo del movimento è costituito appunto dai gruppi antifa, molto ben organizzati e inquadrati.

I presunti legami tra questi gruppi – da non confondersi ad ogni modo con gli antifascisti presi nel loro complesso – e alcuni dei principali esponenti del capitalismo finanziario sono finiti sotto molte lenti d’ingrandimento. Scovare le connessioni tra gruppi politici e finanziatori non è impresa semplice, specie quando si utilizzano degli intermediari per effettuare i finanziamenti. Ciò che risulta da numerose ricerche è che tra i sostenitori di questi gruppi violenti di antifa (uso la sigla ridotta anche per distinguerli dagli antifascisti novecenteschi,  ai quali costoro non sono nemmeno degni di allacciare le scarpe), sembra spuntare lo zampino dell’immancabile George Soros.

Circa un anno fa, l’Università di Berkeley  avrebbe dovuto ospitare lo scrittore Milo Yiannopoulos, uno dei nomi più importanti della “destra alternativa” (alt-right), ma fu costretta ad annullare l’evento a causa delle violente proteste avvenute all’annuncio della conferenza. Protagonista di quell’episodio fu il gruppo Refuse Fascism, il cui “fiscal sponsor”, come riportato nel loro sito ufficiale,è Alliance for Global Justice (AFGJ). In altri termini, Refuse Fascism è un progetto sviluppato e portato avanti, anche finanziariamente, da AFGJ.

AFGJ si pone anche obiettivi interessanti e, a giudizio di chi scrive, condivisibili: appoggia il chavismo in Venezuela, è favorevole al mondo multipolare e al disarmo, e propugna la riduzione dell’impronta ecologica delle nazioni sviluppate. Questo ente viene però finanziato da diversi “filantropi” legati alla finanza liberal, tra cui il solito ungaro-americano: la sua Tides Foundation ha donato 50000 dollari ad AFGJ nel 2016.

L’intreccio si fa stravagante: un globalista conclamato finanzia un ente che sogna il mondo multipolare e la fine dell’imperialismo americano, il quale a sua volta organizza un gruppo molto aggressivo di militanti antifascisti. Il tutto nel contesto della “resistenza” a Trump – la cui presidenza può non piacere, come non piace a noi, ma è cominciata e sta procedendo in un contesto democratico – secondo un modello che potremmo vedere attuato anche in Italia nei prossimi anni.

Le avvisaglie, come detto in precedenza, ci sono tutte: non dimentichiamo, tra le altre cose, che Soros può contare nel nostro Paese sul partito +Europa della sua amica Emma Bonino e su tredici eurodeputati del PD considerati “affidabili”, oltre all’esponente della Lista Tsipras Barbara Spinelli, giornalista e scrittrice figlia del famoso Altiero, uno dei padri dell’europeismo, che siede tra i banchi del GUE, il raggruppamento di estrema sinistra del Parlamento Europeo.

In questo bizzarro gioco di incastri orchestrato da grandi finanzieri, viene una profonda nostalgia dei grandi esponenti del vero antifascismo, quello novecentesco. Uno di loro, Antonio Gramsci, disse del suo tempo: “Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.“

 

Marco Martini

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