Se i sessi si fanno la guerra, sull’orlo della guerra tra nazioni.

[Inauguriamo con questo articolo la partecipazione di Alberto Melotto al progetto Piazza del Popolo. Buona lettura, Marco Martini.] 

L’ennesima giravolta-colpo di scena del presidente americano Donald Trump ci permette di toccare un tema che viene spesso ignorato dai mass-media. La presidenza americana ci fa pensare ad un ipotetico teatro parigino di inizio ‘900 dove vanno in scena, ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette, scene di grand-guignol efferate e sanguinolente, e dove il pubblico, ormai esausto e nauseato, non può fuggire, legato e imbavagliato alle sedie di legno, con stecchini a tener aperte sadicamente le palpebre, proprio come nel film Opera di Dario Argento. Per cui la domanda sorge spontanea: ma quando finirà la presidenza Trump? La risposta non può che essere: sempre e comunque troppo tardi.

Nei giorni scorsi l’ineffabile portatore insano di parrucchino ha pensato bene di dare una svolta al proprio quadriennio, apparso ad alcuni troppo tentennante e insicuro: quindi, via il Segretario di Stato Rex Tillerson, licenziato a sua insaputa via social network, ed ecco a voi Mike Pompeo, il duro che anche nel nome riecheggia quell’ostinazione guerresca da Impero Romano che piace tanto oltre-oceano; d’altra parte furono proprio gli antichi romani a forzare per primi le espressioni linguistiche per giustificare la propria inflessibile ferocia:  quando una città  si ribellava al giogo di Roma, le toccava di essere pacificata.  Ovvero, la città veniva data alle fiamme, i bambini e le donne venduti come schiavi, gli uomini in età da lavoro, colpevoli di aver alzato il capo contro il dominio romano, crocifissi lungo la via che portava alla città stessa, a formare una macabra serie infinita di croci. Non vi ricorda il concetto di guerra umanitaria?

Certamente, silurare il “moderato” Tillerson significa voler riprendere quell’andazzo guerrafondaio che Trump aveva nascosto durante la campagna elettorale del 2016, quando le sue pulsioni di aggressività si sfogarono in prevalenza sui temi di politica interna, sugli immigrati clandestini dal Messico e su altre categorie non rientranti nello stereotipo del maschio bianco di religione protestante. Con la Russia la luna di miele è finita da tempo, se mai è cominciata, ed ora come si spiega bene in questo editoriale: https://www.pandoratv.it/giulietto-chiesa-a-un-passo-da-una-crisi-globale/ l’obiettivo sembra essere quello di mirare alla Siria, e ad Assad, con tutti i rischi del caso per la già traballante pace mondiale.

C’è però un altro aspetto che ci preme di affrontare in questa sede. Sulla poltrona di direttore della CIA, al posto di Mike Pompeo siederà Gina Haspel, prima donna nella storia statunitense ad ottenere questo incarico. Ora, a quanto pare, Haspel può vantare un curriculum di tutto rispetto nel discutibile campo della sistematica violazione dei diritti umani. Nel 2002 diresse una prigione segreta in Thailandia dove venivano incarcerati e torturati membri di al Qaeda, ci racconta il Corriere della Sera.  Non ci dilungheremo con dettagli truculenti, quel che ci preme è far emergere tutto il divario che separa l’immagine della donna in un certo contesto mainstream dalla realtà.

A partire dalla mai abbastanza esecrata Mrs. Thatcher, passando per Condoleeza Rice, quante donne hanno contraddetto in maniera patente quell’immagine rassicurante che la televisione e le riviste patinate ci offrono della donna portatrice di valori quali la pace, la cultura, il dialogo, la cura per l’ambiente, la donna legata al pianeta Terra da un’empatia che le permette di agire per il bene comune, fuori dalla logica di spietata competitività tipica del bieco mondo maschile.  Verrebbe da chiedersi che cos’hanno da dire al riguardo le diverse associazioni che portano avanti la bandiera del femminismo.

Si potrebbe obiettare che la donna soffre ancora al giorno d’oggi per diverse situazioni tutt’altro che di facile soluzione, dalla brutale violenza del femminicidio, al continuare della discriminazione sul posto di lavoro, dalla difficoltà a mantenere il proprio lavoro in caso di maternità all’odioso divario in tema di retribuzione.

Tutte cose drammaticamente vere, e delle quali non vogliamo in nessun modo negare l’esistenza. Per uscire dall’impasse della società attuale, impasse che assomiglia minacciosamente a delle sabbie mobili in cui tutti quanti, donne e uomini, stiamo sprofondando, occorrerebbe che le donne iniziassero a loro volta un percorso di autocritica, e smettessero i panni di una superiorità morale che non regge ad un più approfondito esame.

Se la società attuale appare ripiegata sull’adorazione di un  materialismo vuoto e pernicioso, che vede nel possesso di denaro l’unico fine del percorso esistenziale di una persona,  pensiamo che l’adesione della donna a questo modello abbia giocato e giochi un ruolo non secondario. Inoltre, ci sembra che la donna veda nell’uomo un avversario, o addirittura un nemico, invece che un alleato nell’affrontare le diverse difficoltà della vita. Mi riferisco in particolare al doloroso capitolo della separazione, e del divorzio.

Una recente sentenza di tribunale ha ribaltato la prassi che vedeva l’uomo obbligato a versare due assegni, uno, che permane tuttora, per il mantenimento dei figli nati durante il matrimonio, l’altro per assicurare all’ex-moglie un tenore di vita simile a quello di cui godeva durante il matrimonio. Non di rado questo tipo di prassi ha condotto diversi uomini a dover vendere le case che possedevano, per poter ottemperare a questo obbligo. Molti si sono indebitati, o si sono ridotti a vivere sulla strada, o nella propria macchina. E’ il caso di un comico di Zelig, la cui tribolata vicenda umana ha fatto salire alla ribalta, per qualche tempo, questo grave problema, di cui comunque si parlava e si parla troppo poco.

Se una persona crede nel valore del dinamismo e dell’affermazione di sé attraverso la conquista di un posto di lavoro ottimamente retribuito, ebbene dovrebbe essere coerente fino in fondo, e realizzarsi in prima persona. D’altra parte, se la situazione degli ex-mariti è migliorata soltanto attraverso una sentenza calata dall’alto, e in maniera alquanto “casuale” ciò si deve alla mancanza di un senso di appartenenza dell’uomo al proprio genere.

Gli uomini si riuniscono per mille motivi, dai più nobili, dall’appartenenza ad un partito politico (sempre meno, per la verità) a quelli più futili, come il tifare per la stessa squadra di calcio (sempre di più, per la verità). Non riescono, però, a confrontarsi fra loro in quanto maschi, ad elaborare una piattaforma comune che possa individuare dei diritti e della necessità che valga la pena difendere. Questa mancanza probabilmente si deve a mille fattori diversi, che analizzare qui sarebbe impossibile. Anche da questo, comunque,  occorre ripartire per giungere ad un rapporto fra i sessi che non sia necessariamente la cronaca della disfatta di una delle due parti in causa.

 

Alberto Melotto

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