Sic transit Trap mundi. Appunti musicali nell’era della trap.

L’hip-hop, e più in particolare il rap, è il genere dominante degli ultimi vent’anni: ha monopolizzato, o quasi, gli anni 2000 sia nel nostro Paese che all’estero, diventando la colonna sonora delle masse urbane e influenzandone pure l’abbigliamento, tanto che i cinquantenni di oggi vestono abitualmente in tuta, felpa e scarpe da ginnastica come i loro figli e nipoti (sulla bontà o meno di questa moda, almeno per il momento, soprassediamo). Sarebbe troppo lungo, e fuori tema, un excursus storico del rap, dalle sue origini nelle metropoli americane degli anni ’70, come figlio di strada del funk, al genere che spopola oggi nelle radio e su internet.

Negli ultimi anni un sottogenere particolare del rap, la trap, si è imposta all’attenzione generale, anche e soprattutto tra i giovanissimi del nostro Paese. Si tratta di uno stile musicale nato ad Atlanta negli anni ’90, inizialmente non aveva particolari differenze rispetto al rap vero e proprio, se non per le location  in cui nasceva (le trap houses, appartamenti fatiscenti e abbandonati dove si spacciava il crack); col tempo, si è diversificata rispetto al filone principale, diventandone un sottogenere distinto.

Musicalmente parlando, è un genere ridotto al minimo. Contrariamente a quanto si pensi, l’hip-hop delle origini (old school hip-hop) e fino almeno a tutti gli anni ’90, si innestava su basi musicali non necessariamente scarne e deboli, anzi, le ereditava spesso dal funk, da cui è nato, e da altri generi di musica nera, oltre che dall’elettronica dei primordi (un  ruolo “paterno” nei confronti dell’hip-hop in generale l’hanno avuto anche i tedeschi Kraftwerk). In ambito italiano, si pensi ad esempio a Verba Manent di Frankie Hi Nrg, prodotto nell’ormai lontano 1993, ricco di parti suonate e di scelte interessanti negli arrangiamenti, come l’uso dello scacciapensieri nel brano Fight da faida, oltre che ai successivi lavori del rapper torinese.

La trap è costruita ampiamente su bassi potenti, strutture melodiche poco elaborate e lasciate sullo sfondo, mentre il primo piano è lasciato alla voce, prevalentemente rappata, o a parti cantate abbondantemente modificate e distorte dall‘autotune. Un commento interessante su questo aspetto lo leggiamo sul sito “Il tasso del miele”:

Che le consideriate come note o come parlato, la linea vocale è filtrata dall’autotune : quello che dico lo dico davvero o è la macchina che lo dice? It’s a trap, direbbero gli anglofoni. Un modo disumanizzato, meccanico, quasi inespressivo (ma che sfiora il melisma e l’effetto orientaleggiante per come sono trattati gli armonici) di emettere la voce, che va di pari passo con una ricezione distaccata, che accetta quello che viene detto perché è detto da una macchina. Un’estetica del detto senza tanta voglia di dirlo, delle parole troncate, del non scandire anzi mangiarsi le parole di proposito.

Siamo di fronte, forse, a quello che Michele Monina, con una felice intuizione, chiama “non musica, ma rumore per lo smartphone”. Parlando dei Dark Polo Gang, una delle massime espressioni commerciali di questo genere, il critico musicale marchigiano aggiunge:

Una musica che non ha un testo (non si sta ovviamente parlando di assenza di parole, ma di testo inteso come narrazione lineare) e che ha rinunciato, scientemente o meno, a creare o anche solo a avere un immaginario, rincorrendo semmai una estetica. Assenza totale di poesia, ma anche di consapevolezza di come in fondo sia la poesia a farci rimanere uomini. La Dark Polo Gang, quindi, ben incarna, ma stiamo parlando di una incarnazione simbolica, perché di incarnazione di qualcosa di nebuloso, e quindi privo di sostanza corporea si tratta, alla perfezione la musica dell’oggi, quella fatta per suonare sugli smartphone, non atta a ballare, come buona parte della musica popolare del Novecento, né per socializzare.

Paola Zukar, manager di alcune icone del rap nostrano (Fabri Fibra, Clementino, Marracash) spiega il successo della trap “made in Italy” in modo non troppo dissimile da quello di Monina.

…la trap è la colonna sonora di Instagram, è adatta a fare da sfondo musicale alle Stories. È un genere che non richiede troppe capacità tecnico artistiche. Però, come il punk, è una fotografia del disagio contemporaneo. Usa parole vuote che servono a sottolineare il vuoto, la mancanza di tempo, l’estrema brevità e superficialità del mondo in cui queste stesse canzoni vengono ascoltate. YouTube, Spotify… tutto gratis, tutto veloce… ma vuoi anche il messaggio?

 

La Zukar cita il punk, mettendo sullo stesso piano i due generi in quanto espressione di “disagio contemporaneo”. Può darsi, ma… C’è un ma: il punk della fine dei Settanta e dei primi anni Ottanta era spesso politicizzato e iconoclasta, si abbatté furiosamente sulla società dei consumi che, dopo il boom del secondo dopoguerra, si avviava verso la triste stagione “delle riforme” neoliberali inaugurate in Gran Bretagna dal governo di lady Thatcher, e mai davvero terminata; anzi.

Oggi il neoliberismo è in una fase che alcuni osservatori chiamano “terminale”, densa di contraddizioni e difficoltà. Ma nulla sembra essere in grado di opporsi al suo predominio sulla vita di milioni di persone in tutto l’Occidente, e in altre vaste aree del globo: esistono sempre meno spazi democratici, la liquidità monetaria a disposizione di famiglie e imprese è drasticamente calata, mentre aumenta la liquidità dei rapporti umani, sempre meno profondi; le diseguaglianze continuano a crescere a vista d’occhio. La nostra epoca non verrà ricordata con favore dagli storici del futuro; più probabilmente, proveranno fastidio e un po’ di pena.

La trap si inserisce in questo contesto. Hanno ragione Monina e Zukar a definirla per quello che è: un contenitore vuoto, uno stile privo di una vera consistenza, un sottogenere dell’hip-hop che si discosta anche di molto dalla carica di critica socio-politica propria del fratello maggiore. E’ anche vero che siamo di fronte a un segno dei tempi. Basta prendere un autobus in qualsiasi grande città negli orari popolati da studenti delle superiori per ascoltare, volenti o nolenti, brani trap, o sentire parlare degli alfieri di questa musica. E’ molto istruttivo. Tutto si svolge intorno allo smartphone: i commenti sul numero di visualizzazioni, i commenti sul videoclip di Youtube appena rilasciato o sulla foto pubblicata dal “trapparo” di turno su Instagram, e via discorrendo.

Tutto è veloce e superficiale: viene commentata l’immagine, più che il contenuto. Già negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, la musica pop veniva spesso associata più all’immagine dell’interprete che alla qualità delle sue canzoni. Oggi questa tendenza, alimentata da internet, ha raggiunto l’apice. La trap viene usata spesso anche per fare da sfondo ai meme, le immagini e i filmati, spesso estrapolati da film di successo, con commento a sfondo satirico che la fanno da padrone su Facebook, Youtube e Twitter.

La trap si potrebbe definire la colonna sonora dell’epoca dei social, un genere moderatamente orecchiabile, ripetitivo, che non vuole insegnare nulla a chi lo ascolta ma solo raccontare la noiosa quotidianità del vivere in un’epoca piatta, dominata dai rapporti virtuali e da una socialità vissuta prevalentemente attraverso mezzi tecnologici. Proprio la piattezza, l’assenza di profondità di questo genere – piatto appunto come lo schermo di un computer o di un cellulare – tende a sgomentare l’osservatore esterno.

La musica è tra le arti quella che più facilmente raggiunge le profondità dell’essere. Il suono agisce su livelli che non appartengono alla razionalità della coscienza, scava a fondo nell’intimo e crea un rapporto di complicità con l’ascoltatore che raramente viene raggiunto da altre forme creative umane. La musica popolare, da quando ha raggiunto capillarmente le masse attraverso l’invenzione dell’industria discografica, ha sempre interpretato i tempi in cui le persone si sono trovate a vivere, aggregandole intorno a una visione, positiva o negativa, dello status quo.

Poteva essere la protesta del rock della seconda metà del ‘900 (e in tempi più recenti, come ricordato, di buona parte della scena rap), o la compiacenza del pop commerciale degli ultimi tre decenni. Ma chi si avvicinava a un genere musicale, chi ne seguiva stilemi musicali e d’immagine, restava ammaliato da un’arte che vibra a livelli profondi nell’intimo di ciascuno di noi.

L’assenza di vibrazioni sincere della trap, il suo piattume conclamato e quasi ostentato, è un elemento che deve fare riflettere non solo sul destino della musica ma sull’impatto che la tecnologia ha avuto sulla società umana degli ultimi quindici-venti anni. I millennials crescono spesso in famiglie poco legate, con genitori – non di rado separati o divorziati – costretti a fare i salti mortali per mettere assieme il pranzo con la cena, senza valori profondi e con un sistema scolastico carente, incapace di proporre modelli di vita diversi dal produci-consuma-crepa votato alla flessibilità del ventunesimo secolo.

Il grande successo commerciale di un genere vacuo come la trap era quindi, probabilmente, inevitabile. La storia però è ciclica, e non credo che moriremo ascoltando la trap: verrà il giorno che una maggiore presa di coscienza popolare farà alzare lo sguardo delle persone, soprattutto dei giovani, dagli schermi anonimi dei cellulari per guardare di nuovo l’orizzonte del mondo reale, con obiettivi e ambizioni diverse dal semplice stare a galla in un mare di mediocrità. Sarà allora che per la trap, quanto meno nella sua forma attuale, non ci sarà più spazio.

 

Marco Martini

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