Un caffè in piazza

Pubblicati i primi articoli, preparato il campo alla nostra attività, è bene offrire qualche spunto al lettore per aiutarlo ad orientarsi in Piazza del Popolo. Prendiamoci un caffè e mettiamoci comodi.

Piazza del Popolo non è una testata giornalistica; questo è palese, per carità, ma nell’era delle web tv e dei giornali online, è sempre bene chiarirlo. Il nostro è soltanto un piccolo spazio di riflessione sul mondo che ci troviamo davanti, e sulle tendenze in atto, sia nella società che nel grande circo della politica. Il nostro è un punto di vista non conforme: siamo sovranisti, siamo populisti, siamo il demonio in carne ed ossa per l’establishment neoliberale. Ma non siamo dei fanatici con il cervello scollegato: cerchiamo di interpretare gli eventi ed i fatti che ci stanno davanti nel modo più oggettivo e realista possibile, senza altri filtri che non siano il nostro intuito e il nostro spirito d’osservazione.

Se Emma Bonino dovesse in qualche occasione mettersi dalla parte del popolo, beh, saremmo pronti a riconoscerlo… Consapevoli che, oggi, è più facile immaginare l’atterraggio di un’astronave da Marte davanti alla Casa Bianca, magari per fotografare il parrucchino color carota di Donald Trump.

Citare la Bonino mi offre la sponda per toccare un altro tema. Leggendo gli articoli (soprattutto i miei), leggerete spesso il termine clinton-obamismo, spesso associato a progressismo o progressismo liberal. Cosa intendo con tale termine? Bisogna andare indietro agli anni ’90, alla presidenza di Bill Clinton (quindi ben prima della fantomatica crisi del 2007-08). All’epoca, gli Stati Uniti erano l’unica potenza egemone sotto tutti i punti di vista: culturalmente, economicamente, politicamente.

Cessata fragorosamente la guerra fredda, nessuno poteva reggere il passo degli americani. La presidenza passò dai repubblicani di Bush ai democratici del rampante Bill Clinton (1992-2000); con la sua amministrazione si affermò l’immagine politically correct, alla moda, affascinante di un’America aperta al mondo (sempre da una posizione di predominio, naturalmente), esportatrice in tutto il globo terracqueo di valori tipicamente liberal-democratici come il libero mercato, la democrazia parlamentare (possibilmente bipolare, divisa tra un centrodestra e un centrosinistra sostanzialmente complementari), il femminismo, la laicità.

Strumenti di diffusione di questi valori furono la grande industria cinematografica di Hollywood, con grandi produzioni firmate spesso da nomi influenti come Harvey Weinstein e suo fratello, la musica pop, la letteratura e l’arte contemporanea, grosso modo secondo quest’ordine di importanza e di incisività nell’immaginario collettivo delle masse mondiali. Sotto la presidenza Obama (2008-2016), finito l’intervallo conservatore di Bush jr., torna al potere la fazione liberale. Ciò coincide con la grande crisi degli hedge fund e di tutto il sistema economico mondiale, il cosiddetto finanz-capitalismo. 

In questo contesto, l’America di Obama riprende e amplia il proselitismo liberal-democratico di Clinton (infatti sua moglie Hillary, nella campagna elettorale delle presidenziali del 2016, punterà molto su questa continuità ideologico-morale), insistendo in particolare sui diritti delle minoranze (soprattutto, ma non solo, neri, omosessuali e trans) e delle donne, intese spesso come categoria unica da emancipare in un contesto di competizione economica liberista con il maschio, inteso anch’esso come un’unica categoria granitica. Sono gli anni del più rigido politicamente corretto, attualmente in crisi negli Stati Uniti guidati dal pannocchia (copyright Grillo), ma ancora vivo e vegeto in un’Europa che sta solo oggi cominciando a svegliarsi dal torpore indotto dall’ortodossia liberal.

Torneremo diffusamente sul tema, soprattutto sui suoi risvolti culturali che sono molto interessanti. Per ora si può dire, senza timore di essere smentiti, che la sovrapposizione tra la filosofia clinton-obamiana e la crisi del finanz-capitalismo (forse indotta? Forse pilotata? Anche di questo cercheremo di parlare a tempo debito), con i suoi effetti drammatici sulla popolazione occidentale, ha portato a risvolti quasi grotteschi, come la rivolta silenziosa e sotterranea dell’alt-right americana e la guerra dei meme, altro tema che toccheremo in futuro.

Qui sta un altro argomento che ci è particolarmente a cuore: evidenziare i contrasti, non solo in ambito politico ma anche e soprattutto socio-culturale, tra una sinistra liberale attenta alla cosmesi delle parole e a farsi paladina dei diritti delle minoranze, distraendosi largamente dalle esigenze del grosso di una popolazione confusa e impoverita, e un fronte populista – talvolta basato su valori tradizionalmente di destra, talvolta di sinistra – crescente e magmatico, che su queste esigenze ha costruito la sua fortuna, e si accinge a governare la transizione. Verso cosa, non è ancora dato saperlo: il futuro si prospetta incerto e ricco di incognite, ma anche di opportunità da cogliere.

Anche di questo ci occuperemo profusamente. La robotizzazione del lavoro, il reddito di cittadinanza o forme analoghe, le nuove tecnologie, l’immigrazione di massa, il contrasto tra culture nazionali e cosmopolitismo: nessuno di questi argomenti può essere lasciato indietro. Piazza del Popolo è un luogo in cui, fermandoci a bere un caffè nel bar centrale, osserviamo il mondo scorrere davanti a noi, cogliendo il battito delle tendenze che si svelano giorno dopo giorno davanti ai nostri occhi.

 

Marco Martini

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